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Mi sono iscritto all'università a 41 anni: cosa ho capito sull'imparare da adulti

Iscritto a 41 anni, lavorando, tre anni di esami in due. Il vantaggio che avevo, quello che si può copiare e perché studiare da adulti è un altro mestiere.

universitàstudiare da adultisecondo attometodo di studioAI
Illustrazione low-poly su fondo crema: una valigetta di pelle consumata e uno zaino di scuola nuovo, fianco a fianco su un pavimento di legno, sotto una lampada da lettura accesa.

L’ultimo anno di superiori è stato un’agonia. Mare, ragazze, pro-gaming, zero voglia di studiare, e un’idea fissa: fare impresa, subito, senza passare dall’università. Ho iniziato a lavorare appena finita la scuola, i primi anni da dipendente per rodaggio, poi ho iniziato a costruire aziende, alcune vendute, altre chiuse. Finita la maturità mi ero promesso che l’università l’avrei fatta a 40 anni.

Nel 2024 ho fatto il test d’ingresso di Economia e Management, da studente non frequentante, con la mia società di consulenza, altre aziende che stavo facendo crescere (una americana, con i suoi fusi orari) e tre bambini piccoli. A luglio 2026 mi sono laureato, e l’ho raccontato a caldo. Tutti gli esami dei tre anni in due, senza riconoscimenti di crediti per esperienza professionale e senza carriere abbreviate. Questo articolo non è sulla velocità, che è la parte meno interessante. È su cosa ho capito dell’imparare da adulti, perché non è lo stesso mestiere che a vent’anni.

Perché iscriversi all’università a 40 anni?

Non per il pezzo di carta. Mi sono iscritto perché mi ero accorto di non sapere abbastanza, e me ne ero accorto nel modo più caro possibile.

Il primo incontro con la matematica l’ho avuto a 24 anni, con un mutuo a tasso variabile che valeva più della casa e una rata che lo stipendio di allora non copriva. Il TAEG era un numero che avevo firmato senza capire la relazione con i tassi di interesse della BCE. Il secondo incontro è stato all’exit dell’azienda di cui vado più fiero: io la valutavo su un multiplo dei ricavi, perché il piano industriale era costruito sui ricavi, mentre chi comprava la valutava sui flussi di cassa futuri. Ho capito dopo che quella differenza aveva un nome, un capitolo in un libro di finanza aziendale e un costo che avevo già pagato.

Per vent’anni ho imparato così: un errore alla volta, e ogni errore con la fattura allegata. A un certo punto ho pensato che studiare le basi in ordine, con qualcuno che le spiega, costasse meno.

Cosa cambia quando studi da adulto?

Il primo mese è stato uno shock. Più di vent’anni senza aprire un libro di matematica, e mi sentivo fuori posto, spaesato, uno di 41 anni con la testa piena di scadenze in mezzo a ragazzi con la memoria fresca. La memoria è il primo svantaggio, il tempo il secondo: le mie ore di studio erano blocchi corti e spezzati, incastrati tra una call e l’altra, mai una giornata intera.

Poi ho capito una cosa che a vent’anni non avrei potuto capire. Ogni formula aveva una faccia. Il capitale circolante non era una definizione, era il magazzino di una concessionaria che avevo visto con i miei occhi. L’EBITDA l’avevo incontrato in una trattativa, anni prima di sapere come si calcola. L’FCF in una slide di un piano industriale. La derivata seconda negativa era il 2016 della mia azienda, quando i ricavi crescevano ancora ma sempre più piano, e io avevo aspettato tre anni prima di fare il pivot. Chi studia da adulto ha un vantaggio che nessun metodo può dare: il contesto. Per me quel vantaggio valeva su tutte le materie affini all’impresa, e lo dico chiaramente perché altrimenti “tre anni in due” suona come una promessa, e non lo è.

Sulla matematica il contesto non bastava, e lì ho imparato ad usare bene l’Intelligenza Artificiale. Ho dato alla mia AI la personalità del mio professore di matematica, molto bravo, a partire dall’esempio facile prima della formula, e mi sono fatto spiegare tutto così. Ha funzionato meglio di qualsiasi dispensa, non perché l’AI sapesse più matematica del libro, ma perché me la raccontava nel modo in cui io sono in grado di imparare.

Come si fa a studiare lavorando?

Tre cose, e nessuna è una scorciatoia.

La prima è il ritmo. Studiare tutti i giorni, anche poco, funziona come l’interesse composto: la sessione di oggi rende di più perché ieri c’è stata quella di ieri, e dopo qualche settimana l’abitudine accelera da sola. Un’ora al giorno per sette giorni batte sette ore di domenica, e non lo dico io: la ricerca sulla ripetizione dilazionata lo misura da decenni (Dunlosky e colleghi, 2013). Il tempo l’ho trovato nei buchi: tra il 2024 e il 2025 ho girato tantissimo per lavoro e per ferie, e le ore di volo erano ore di studio con il computer, mentre in macchina ripassavo a voce con l’AI. Nel 2025 ho preparato e corso la maratona di New York, e anche quella è entrata nei buchi. La sessione più folle, dieci esami in dieci giorni, la racconto a parte.

La seconda è smettere di rileggere. Il poco che studiavo al liceo lo studiavo leggendo e sottolineando, e a 41 anni ho scoperto che quel metodo dà una sensazione di padronanza che all’esame sparisce. Ho spostato il tempo dalla lettura all’interrogazione: la mia AI mi faceva domande, drill con trappole, simulazioni a tempo, e io tenevo un registro degli errori. Ne parlo in un articolo a parte, perché è il pezzo che vale di più.

La terza è il piano. Il giorno in cui ho messo tutti gli esami su un foglio, con i crediti e le sessioni, e li ho assegnati agli appelli partendo dalla data di laurea, è il giorno in cui ho smesso di studiare a caso. Anche questo ha un articolo suo.

Non sono l’unico

Pensavo di essere un caso strano. Non lo sono. Nell’anno accademico 2024/25 le università telematiche italiane hanno superato i 300.000 iscritti, e circa un terzo ha più di 34 anni (Osservatorio Nazionale 2025 sulle Università Telematiche di AteneiOnline, su dati USTAT-MUR e ANVUR). A questi si aggiungono gli studenti lavoratori degli atenei tradizionali, come ero io. Quanti di loro studino ancora con il metodo del liceo non lo sa nessuno. Io ci ho messo un mese a capire che il mio non funzionava più.

Ne è valsa la pena?

Sì, e per motivi diversi da quelli che immaginavo. Ho scritto una tesi su un indice per prevedere la traiettoria delle concessionarie auto partendo dai bilanci, e quell’indice lo sto ancora sviluppando. Ho distillato i tre anni in un vademecum per imprenditori, con le cose che avrei voluto sapere a 25 anni. Sono rimasto in contatto con alcuni professori.

Ma la cosa più utile è stata scoprire che imparare, a 41 anni, si può ancora imparare. Con un metodo diverso, con meno memoria e più contesto, con l’AI come tutor e non come scorciatoia. Non ho fatto una cosa eccezionale: ho fatto una cosa normale in un momento in cui nessuno se l’aspettava, me compreso.

Se hai un esame, un corso o un libro che rimandi da anni perché “non c’è tempo”, ti dico come la vedo io: il tempo non c’è mai, si toglie a qualcos’altro, e vale la pena solo se la cosa che vuoi imparare ha una faccia nella tua vita. Se ce l’ha, non è mai stato così facile provarci.

Fonti: Dunlosky, Rawson, Marsh, Nathan, Willingham, “Improving Students’ Learning With Effective Learning Techniques”, Psychological Science in the Public Interest, 2013; Osservatorio Nazionale 2025 sulle Università Telematiche, AteneiOnline, su dati USTAT-MUR e ANVUR, ripreso da Orizzonte Scuola, 8 dicembre 2025. Il resto è esperienza diretta: il mio ritmo è un caso, non una media.

Nicola Giunchi

Imprenditore seriale, investitore, scrittore. Ha fondato 8+ aziende in 20 anni.

Domande frequenti

Ha senso iscriversi all'università dopo i 40 anni lavorando a tempo pieno?

Sì, se lo fai per colmare un vuoto che senti nel lavoro e non per il titolo. Serve un metodo diverso da quello del liceo: blocchi brevi e quotidiani, esercizio al posto della rilettura, un piano degli esami costruito all'indietro dalla data di laurea.

Quanto tempo ci vuole per una laurea triennale studiando da lavoratore?

Il percorso standard è tre anni per 180 crediti: con due sessioni d'esame l'anno fanno 30 crediti a sessione. Io ho dato tutti gli esami in due anni, 45 crediti a sessione, senza riconoscimenti di crediti per esperienza. È un caso, non una media: il ritmo dipende da quante ore hai davvero e da quanto conosci già le materie.

Studiare da adulti è più difficile che a vent'anni?

È diverso. Hai meno tempo e meno memoria fresca, ma hai contesto: ogni formula ha una faccia e un'azienda che hai visto davvero. Il vantaggio sta lì, non nella velocità.

Quanti adulti studiano all'università in Italia?

Solo nelle università telematiche, nell'anno accademico 2024/25 gli iscritti hanno superato i 300.000 e circa un terzo ha più di 34 anni, secondo l'Osservatorio 2025 di AteneiOnline su dati USTAT-MUR e ANVUR. A questi si aggiungono gli studenti lavoratori degli atenei tradizionali, che nessuna statistica conta a parte.